
// Interactio
a cura di Enrico Caniglia e Cirus Rinaldi
I suicidi, eventi drammatici come pochi altri, hanno da sempre costituito una sfida per l’immaginazione sociologica. Se Emile Durkheim aveva dimostrato le capacità esplicative della sociologia, le sociologie costruzioniste – e, in particolare, interazionismo simbolico, etnometodologia, fenomenologia – hanno operato la resa dei conti con gli approcci positivisti.
I saggi che qui presentiamo offrono una summa di grande interesse dei modi originali con cui le sociologie costruzioniste hanno re-immaginato lo studio dei suicidi andando oltre la rigidità dello schema “cause e cure” degli approcci positivisti ed arricchendo di sfumature la nostra comprensione del fenomeno.
Di fronte a un panorama sociologico per cui lo studio del suicidio è ancora sinonimo di analisi durkheimiana e di dati statistici, i testi offerti per la prima volta in traduzione italiana illustrano l’inventiva metodologica e interpretativa delle sociologie costruzioniste e la loro capacità di illuminare aspetti inediti, tra tutti la natura socialmente costruita dei suicidi e la capacità individuale di proiettare significati oltre la morte.
Le teorie sociologiche del suicidio
Dato l’ambito di questo saggio, non mi dilungherò in una discussione critica delle precedenti teorie sociologiche del suicidio, ma mi limiterò ad offrire alcune indicazioni generali per mostrare come la mia ipotesi differisca dalle altre. Va evidenziato che Durkheim (1897), Gibbs e Martin (1964), Henry e Short (1954), Powell (1950) hanno in comune il fatto che le loro teorie si basano essenzialmente sull’analisi dei tassi ufficiali di suicidio. Le loro teorie consistono principalmente in una spiegazione di questi tassi ufficiali, compiuta attraverso l’attribuzione di un significato alle correlazioni individuate tra i tassi e certe condizioni sociali. Non fanno riferimento a casi concreti di persone suicide, alle loro credenze o a cosa hanno lasciato scritto.
Alcuni di loro, mentre usano la comune base dell’analisi statistica dei tassi ufficiali di suicidio, incorporano anche concetti psicologici e psicoanalitici. In fondo, anche Durkheim era consapevole che se si ritiene che le norme sociali agiscano come costrizioni, allora devono essere interiorizzate. Anche se lo ha riconosciuto, non si è mai occupato di studiare come ciò avvenisse. La mia ipotesi non solo riconosce che le norme devono essere interiorizzate se si ritiene che agiscano come costrizioni sugli individui (o inversamente, che le costrizioni delle norme interiorizzate devono essere superate se si vuole agire contrariamente ad esse), ma descrive tale processo e quando avviene. L’ipotesi considera anche il suicidio come un fatto sociale che trova le sue cause in altri fatti sociali, ma differisce dall’ipotesi di Durkheim in quanto si impegna a definire questi fatti sociali attraverso l’analisi dei messaggi dei suicidi.
Le basi dell’ipotesi
I dati e le osservazioni sui quali è fondata l’ipotesi derivano da due fonti principali: 112 messaggi di suicidi di adulti e di adolescenti avvenuti nell’area di Los Angeles, e le osservazioni da me raccolte attraverso la partecipazione a una ricerca, durata due anni e mezzo, su adolescenti che avevano tentato il suicidio.
Mentre la partecipazione a quest’ultima ricerca mi ha fornito molte valide indicazioni per l’ipotesi, i dati sui quali quest’ultima è basata sono stati ricavati dai 112 messaggi di suicidi prima menzionati. Il saggio illustrerà un campione di messaggi tratto dalle diverse categorie da me identificate. I messaggi saranno analizzati e discussi attraverso un modello teorico pensato per fornire un resoconto delle decisioni consapevoli che avvengono prima che l’individuo sia capace di prendere in considerazione l’atto del suicidio e poi darvi luogo. Quest’ultimo è inquadrato dentro il più ampio contesto di ciò che l’individuo ha provato per diventare capace di quelle argomentazioni verbali. I messaggi forniscono la base per l’ipotesi e nello stesso tempo offrono al lettore un mezzo per verificarne la validità. Ritengo che tale verifica non abbia valore solo per questi specifici messaggi, ma per qualsiasi insieme di messaggi provenienti dallo stesso ambiente culturale.

// I Curatori
Enrico Caniglia insegna Sociologia della devianza e Sociologia del linguaggio presso l’Università di Perugia. Si occupa di etnometodologia e analisi della conversazione. Tra le sue ultime pubblicazioni (coautore) The Difficulties of Emancipatory Sociology (Éditions Universitaires Européennes, 2019).

// I Curatori
Cirus Rinaldi è ricercatore di Sociologia giuridica, della devianza e mutamento sociale presso il Dipartimento «Culture e Società» dell’Università degli studi di Palermo. Si occupa prevalentemente di teoria della devianza e del crimine, analisi del rapporto tra generi, sessualità e violenza e di ricerca applicata al sex work. Tra i suoli ultimi lavori Sesso, Sé e Società. Per una sociologia delle sessualità (Mondadori, Milano, 2016) e Diventare normali. Riflessioni interazioniste su devianza e crimine (McGraw-Hill, Milano, in corso di pubblicazione).Cirus Rinaldi is Senior Lectures of Sociology of Law, Deviance and Social Change, Departmentof «Culture e Società («Cultures and Society»), University of Palermo. His main research topics deal with sociology of deviance and crime, the relationship between genders, sexualities and violence, and sex work. His latest publications are Sesso, Sé e Società. Per una sociologia delle sessualità (Sex, Self and Society. For a sociology of sexualities, Milan, Mondadori, 2016) and Diventare normali. Riflessioni interazioniste su devianza e crimine (Becoming normal. Symbolic-interactionist analysis of deviance and crime, McGraw-Hill, Milan, forthcoming).

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