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Recensione

La “rivoluzione gentile” di Avarino Caracò

Un racconto corale, per mettere nero su bianco storie di vita, storie di quotidianità sconosciute, che diventano protagoniste di una riflessione. Perché la fotografia può essere capace di racchiudere un mondo. Ed è quel mondo nascosto, oltre ogni stereotipo e pregiudizio che il palazzolese Avarino Caracò ha tracciato nel suo libro “La Crisalide e le Lantane, diario di un uomo cisgender”. La presentazione di questo viaggio tutto siciliano è in programma domenica, in diretta sulla pagina Facebook dell’associazione culturale Dahlia. E noi di itpalazzoloacreide ci saremo, perché abbiamo deciso di condividere questo evento che è un percorso di scoperta e di emozioni tutto da vivere. Abbiamo intervistato l’autore per farci raccontare come nasce l’idea di questo libro.

Il libro di Avarino Caracò e l’idea di dare un contributo alle lotte contro gli stereotipi sulle identità di genere

“Questo libro nasce qualche anno fa – racconta l’autore – dalla mia amicizia con il sociologo Cirus Rinaldi che si sviluppa anche da un punto di vista intellettuale. Lui si occupa principalmente di culture e società. E’ rimasto affascinato dal mio percorso con la fotografia, di conseguenza c’è stato uno scambio intellettuale che ci ha portati a desiderare un progetto che ci coinvolgesse entrambi. L’obiettivo era proprio di uscire fuori da una sessualizzazione del corpo. La società comune tende a vedere il corpo della persona trans come un corpo sessualizzato.

Uno dei personaggi fotografati da Avarino Caracò
La storia di Gabriel, tra i protagonisti del libro

Perché l’ossessione del sesso e di come quel corpo viene utilizzato sessualmente è l’unica cosa che realmente interessa alla maggior parte delle persone. E questo è un grande gap culturale su cui volevo soffermarmi. Quindi sentivamo necessaria l’idea di realizzare un progetto che raccontasse le vite quotidiane delle persone, per decostruire questa idea comune e questo stereotipo che non funziona. Esso infatti produce tutta una serie di pregiudizi e soprattutto di violenza, psicologica e fisica. Il libro nasce da questo dall’esigenza di portare avanti un progetto sociale che potesse contribuire in qualche modo alle lotte che sono state fatte negli anni per demolire tutte quelle costruzioni errate sull’identità di genere. Quindi il mio vuole essere appunto questo: un contributo a queste lotte”.

Avarino Caracò ci sono storie che ti hanno colpito di più?

Avarino Caracò ci racconta che non ci sono storie che lo hanno colpito di più rispetto ad altre. “Ogni storia – sottolinea – ha una sua caratteristica, una peculiarità sia in sé che nel rapporto che si è creato con me. Le persone hanno interagito con me in un dialogo intimo e schietto, perché si sono aperte alla mia persona, con fiducia e inevitabilmente si è creato un legame forte, che non è comune.

Un dono per Avarino Caracò

Un perfetto sconosciuto che entra nella tua vita in maniera così forte, inevitabilmente diventa qualcosa che ti appartiene. Credo sia un dono che tutte queste persone mi hanno fatto. Questo mi fa sentire responsabile nei confronti di quello che potrebbe accadere successivamente alla pubblicazione del libro, una posizione etica che dovrebbe avere ogni fotografo. Ci sono storie meravigliose, con supporti umani e affettivi grandiosi. Quindi non c’è una storia, un’immagine che mi ha colpito di più. Ho fotografato un momento preciso della loro vita, cercando di ricostruirne alcune peculiarità attraverso la mia prospettiva personale.

Il libro diventa un racconto corale per parlare di te e del tuo percorso di vita?

“Si fondamentalmente si – aggiunge Caracò –perché per me è un percorso molto intimo, non c’è un lavoro che faccio con la fotografia che in qualche modo non mi appartenga o che non racconti qualcosa di me. Fa parte del mio percorso di vita. E’ fatto di tante cose, di introspezione, di curiosità, di dubbio, di desiderio di affrontare il mio rapporto continuo con un’umanità sempre diversa. Non c’è mai un progetto uguale ad un altro. La mia fotografia si è sviluppata in tantissimi modi.

Non c’è uno stile in cui mi chiudo, non amo essere incasellato, per quanto comunque le mie fotografie abbiano sempre qualcosa in comune. E infatti chi vuole conoscere il mio percorso, si rende conto che al centro c’è l’essere umano.  C’è la mia storia perché penso che fondamentalmente noi facciamo quello che siamo. Non si può pensare che il mio percorso trascenda dalla mia stessa vita. Il mio sguardo è rivolto al mondo in funzione di quello che sono, della mia formazione culturale della mia provenienza culturale. Sono lo sviluppo di questa interazione, dei contesti sociali che ho conosciuto, ho amato, ho affrontato e anche in alcuni casi disprezzato”.

Una fotografia che sta ricevendo tanti riconoscimenti all’estero

Avarino Caracò sta ricevendo molti riconoscimenti internazionali per la sua fotografia. Un successo quasi esclusivamente goduto all’estero. “Mi giudicano spesso come un fotografo contemporaneo interessante – dice– . Le motivazioni credo siano riconducibili a dinamiche di varia natura, non tutte appartenenti alla fotografia e difficili da spiegare senza essere frainteso. La mia è una fotografia poco muscolosa, non si impone con delle piroette visive attorno a se stessa, non si autocelebra come fotografia meravigliosa perché non ha bisogno di essere tecnicamente ineccepibile. E’ una fotografia essenziale,  racconta delle storie, attraverso sguardi, ha una base culturale molto forte, la sensibilità acquisita con le mie esperienze di viaggio personali che hanno acuito i miei punti di osservazione che non sempre arrivano ad un pubblico distratto.

Ritratto di Avarino Caracò
L’autore del libro

Questo colpisce gli  addetti ai lavori. Perché è un lavoro pensato, lungo, studiato, non si focalizza sugli aspetti formali, ma si concentra nei suoi contenuti. Sono molto critico con la mia fotografia, spesso arrivo quasi ad odiare quello che faccio perché sento sempre l’esigenza di crescere. Non mi piace soffermarmi troppo a godere dei traguardi raggiunti, il mio posto più comodo è la strada, la mia ricerca continua, per quanto mi renda conto della necessità di far conoscere il mio percorso.

Il rapporto con l’estero

All’estero mi giudicano come un fotografo contemporaneo, per i temi che tratto, per come li tratto e per lo stile formale un po’ anglosassone  ma con contenuti più legati alla mia appartenenza culturale. Una fotografia più internazionale, accessibile ad un pubblico variegato. Nonostante questo arrivi comunque in modo forte alle persone comuni, che non hanno competenze fotografiche, ma quell’umanità che riconoscono nella mia fotografia sostenendomi e riflettendo insieme a me.

Foto di Caracò
L’immagine di Caracò che ha vinto il premio internazionale

La mia fotografia non è gioco di forza, io non impongo la mia forza al mondo ma la mia fragilità, di tutto quello che mi appartiene. E’ partendo da questa fragilità che tutto ha uno sviluppo interessante. Io la chiamo Rivoluzione gentile, è il mio percorso di vita e professionale con la fotografia, perché non si impone in maniera aggressiva, ma si propone stimolando riflessioni senza obbligare nessuno”. “Il mio percorso con la Fotografia nasce in un momento specifico della mia vita – rivela -, quando ho avuto un forte lutto emotivo, che mi ha portato ad un lungo periodo di disorientamento. La fotografia è diventata la mia terapia per rimettermi in relazione con il mondo. Nasce da un’esigenza precisa e si sviluppa nelle sue continue consapevolezze che crescono e imparano a trovare spazi sempre più dignitosi, almeno questo è ciò che mi auspico”.

Quale il messaggio contro ogni pregiudizio

“Il messaggio –commenta Caracò – è leggere questo libro con lo sguardo di una persona cisgender. Vorrei che le persone si fermassero ad ascoltare le storie con il mio stesso sguardo. Valutare i propri limiti, perché tutto ciò che riguarda il mondo esterno a noi tendiamo a sintetizzarlo. Con le nostre prospettive, spesso aggredendo ciò che non conosciamo. La cosa più importante di questo libro è di porci nei confronti delle vite altrui non con altezzosità e arroganza. Pensando di voler fare qualcosa per aiutare qualcuno, questo è un libro che mira a misurare le nostre rigidità culturali.

L’occasione è quella di guardarsi allo specchio e vedere se stessi come una parte di un tutto. Fatto di tante sfumature non riconducibili a sommarie e superficiali considerazioni. Se io oggi posso scrivere un libro sull’identità di genere – ci ha rivelato – lo devo agli ultimi 50 anni di lotte civili. Di persone che hanno sacrificato la loro vita e che, come accade per le persone che hanno messo a disposizione la loro per questa pubblicazione. Continuano a mostrare i loro corpi e raccontare sé stesse per rendere questo mondo più comodo. E più civile, senza togliere, ma semplicemente aggiungendo”.

Fonte: Federica Puglisi, Italiani.it

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