Devianza minorile e insicurezza urbana

L’universo della devianza minorile senza stereotipi, banalità, costruzioni ideologiche. Un disarmante deserto esistenziale raccontato da chi ne fa parte ed è consegnato a una vita precocemente allo sbando.

Nel suo rapporto annuale sulla geografia del crimine in Liguria, Stefano Padovano, criminologo e docente, si concentra sulla fascia di minorenni segnalati ai servizi sociali per aver commesso un reato o, se più grandi, alle prese con il Tribunali dei minori. L’area è quella di La Spezia ma le interviste raccolte hanno valenza non solo territoriale. Costituiscono uno strumento di conoscenza che aiuta a districarsi e a distanziarsi dall’enfatizzazione della criminalità minorile, dal suo irrompere, nel dibattito pubblico e negli stessi provvedimenti di governo, come la nuova grande paura urbana. Perché, al fondo, prevalgono ancora una volta le logiche securitarie, al di là dell’efficacia a contenere il fenomeno, e la penalizzazione come garanzia di sicurezza. Indipendentemente dalla capacità di essere veicolo di rieducazione, di ridare la speranza di un’esistenza non schiacciata sulla marginalità presente e futura.

Storie di vita dove all’individualizzazione estrema nell’autorappresentazione corrispondono in realtà caratteri abbondantemente comuni, l’omologazione dei comportamenti e delle aspirazioni. A partire dal rifiuto della scuola, luogo assunto come irriducibilmente lontano dai propri bisogni, alle dipendenze da sostanze stupefacenti che, in qualche modo, determinano gli orizzonti della quotidianità e appaiono come un decisivo supporto al ridimensionamento delle paure e delle ansie. Da questa dimensione comune, largamente generalizzabile in riferimento a questo microcosmo giovanile, modellata sul “stare bene e basta”, si dipanano percorsi che richiamano al rap, allo spaccio, ai furti negli esercizi commerciali, alle stesse aggressioni di strada.

Ma dove l’appartenenza a un gruppo è anch’essa flebile, occasionale, fatta di motivazioni temporanee, priva di significati identitari. In una sostanziale differenziazione da quell’Idea di “banda giovanile” che ancora in tanta parte della comunicazione mediatica e nel sentire comune è immobilizzata agli anni 60 o alle aggregazioni, stile latinos, dei primi anni 90. Nei fatti prevale la logica dei consumi, della ricchezza per effetto del colpo di mano o della fortuna, il porsi comunque al centro dell’attenzione attraverso i social. Una vita collegabile al nulla e in cui la trasgressione non è percepita come tale, né ricercata. In un abbassamento della soglia cognitiva tra bene e male.

Abbassamento inossidabile, cementato dalle solitudini e dalle povertà educative, innanzitutto quelle famigliari. Il disagio dei genitori è lo specchio in cui si riflette l’asocialità dei figli.

Stefano Padovano accompagna poi questo inusuale lavoro di ascolto dei percorsi più precari dei giovani spezzini a un questionario anonimo distribuito a un campione di adolescenti che frequentano le seconde e terze classi del più grande istituto secondario della città. Con risultati, che pur lontani da ogni allarme emergenziale, delineano non pochi chiaroscuri. O meglio, delineano sacche significative di permeabilità con il disagio conclamato e di contiguità con comportamenti illegali.

A conferma di come il rapporto tra normalità e devianza è sempre meno netto e impone una nuova strumentazione educativa che non coincida solo con la scuola ma metta in campo strategie pubbliche largamente inedite.

Tra i dati più significativi c’è quello del 25 per cento che consuma sostanze stupefacenti, in linea con le stime elaborate dall’osservatorio di Lisbona riferibili ai ragazzi tra i 13 e i 18 anni. Uno su tre abusa di alcool e uno su quattro beve superalcoolici. Una percentuale ridotta ma significativa non nasconde di aver assistito o partecipato a risse, a pratiche di compravendita della droga e alla realizzazione di furti. Così un giovane su tre conosce coetanei dediti all’autolesionismo e il 6 per cento ha assistito in presa diretta a episodi di violenza famigliare. Più ampi i numeri di chi si autovaluta depresso o soggetto ad attacchi di panico.

Insomma un lavoro di ricerca che affronta, senza eufemismi o atteggiamenti di pura comprensione o deprecatori, le radici di un’insicurezza urbana che viene affrontata soltanto a fronte della denuncia di reato ma non produce né prevenzione né contenimento. E dove l’aumento delle penalità è, appunto, una risposta astratta e, insieme, una sconfitta civile e sociale.

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