
Metodi, prospettive e luoghi della formazione
a cura di Gustavo Mejía Gómez, Riccardo Sartori e Francesco Tommasi
La formula didattica della formazione tenta di contenere metodi, prospettive, luoghi, strumenti e concetti della e per la formazione che, pur essendo talvolta tradizionalmente, disciplinarmente e storicamente disgiunti, sono accomunati da una forte e virtuosa attenzione alla persona. O meglio, si tratta di una formula che contiene le varie accezioni entro si stanzia una connaturata intenzionalità a valorizzare e supportare la fioritura del singolo attraverso la formazione.
Il volume tenta di raccogliere tutto questo proponendo un’articolazione delle varie declinazioni della formula didattica della formazione e attingendo alla testimonianza di una figura che ha saputo dimostrare il valore della didattica, il Prof. Giuseppe Tacconi. Infatti, ad animare il volume, è proprio la testimonianza di un approccio umano, critico e riflessivo ovvero quello che si legge nelle parole degli autori e delle autrici dei contributi nel loro avanzare proposte scientifiche attingendo al ricordo di Tacconi formatore, ricercatore, amico, collega e maestro.
Per una didattica della formazione è un volume unico che raccoglie contributi scientifici di diversa provenienza disciplinare (es. pedagogia, sociologia, psicologia, filosofia) e che si pone all’uso di studenti, studentesse, professionisti, pratici, studiosi e studiose, con lo scopo di stimolare intellettualmente un vero approccio umano, critico e riflessivo alla formazione e di disporre di strumenti concreti per poter sostenere tale approccio.
Il lavoro che cambia: la dimensione territoriale
Il lavoro ha sempre avuto un rapporto stretto con il territorio. La dimensione territoriale è costitutiva del funzionamento e del mutamento dei processi economici e del lavoro. Economia e lavoro sono disegnati dalla configurazione del territorio, ma nello stesso tempo disegnano la configurazione di un territorio, secondo un processo di continua co-determinazione che dura nel tempo. Come sottolinea Karl Schlögel (2009), guardando anche oltre i processi economici e del lavoro, possiamo individuare e disegnare le traiettorie del cambiamento leggendo il tempo nello spazio. Nel nostro caso, significa comprendere il mutamento storico dei processi, quindi il tempo del mutamento dell’economia e del lavoro, prendendo a oggetto di analisi le caratteristiche spaziali dei fenomeni, il continuo ridisegnarsi delle mappe sul territorio, dei confini mobili che assumono le filiere produttive, dei perimetri dei processi di estrazione del valore economico.
Il territorio diventa quindi ambito privilegiato di studio socio-economico in quanto contesto antropologico trasformato dalla presenza umana. Soprattutto quando poniamo attenzione ai processi economici e del lavoro siamo portati a superare l’idea dello splendido isolamento dell’impresa (La Rosa, 2006) a cui pensava Taylor nel definire la sua one best way, intesa come il miglior modo possibile per razionalizzare il lavoro e, di conseguenza, più in generale, l’insieme dei processi produttivi e del sistema economico. L’impresa è da sempre radicata dentro un territorio, come la sociologia economica ha ben evidenziato con diversi approcci interpretativi. Come invitava a fare già Georges Friedmann nel Traité de sociologie du traval, dobbiamo sempre guardare al lavoro abbandonando prospettive «metafisiche o anche solamente generali […] distaccate dalla storia, dalla sociologia, dalla etnografia» (Fiedmann, 1963), ma osservarlo nelle concrete dinamiche che si sviluppano dentro e fuori dei luoghi di lavoro, anche in territori più estesi del perimetro del luogo di lavoro. E questo soprattutto nella fase attuale nella quale è sempre più difficile trovare un perimetro preciso ai processi produttivi di beni e servizi, dato il livello di dispersione dei processi produttivi, che investono più territori, compreso quel territorio costituito dalla vita delle persone.


