Alexandra Dejoli

Cosa significava essere transgender nella Jugoslavia di Tito? E nell’Italia di oggi? Un’intervista all’autrice di “Sotto il segno della stella”

Sotto il segno della stella” è il romanzo di Alexandra Dejoli (edito da PM edizioni ) che racconta la rocambolesca storia del “giovane pioniere” Alexandar che, in una Jugoslavia che perde lentamente i propri riferimenti insieme al “padre-padrone” Tito, lotta per scoprire e affermare la propria identità di genere. L’autrice, nata in Jugoslavia e ora residente a Roma, approfondisce molte tematiche sollevate nel libro e legate alla sua esperienza personale di scrittrice transgender migrata in Italia.

Quella raccontata è la sua esperienza personale o si tratta di un adattamento narrativo? Quanto di suo c’è nella storia raccontata?

Viaggiare nel mondo transessuale della Jugoslavia titina significa farne parte prima ancora di esserne coscienti. Questo è il viaggio degli Argonauti verso un altrove sconosciuto. Io ero, al pari del protagonista, un adolescente che viveva dentro una delle tante famiglie del mondo socialista jugoslavo. Ho passato sulla mia pelle tutto quello che il protagonista attraversa nel romanzo. Sia io che Alexandar eravamo convinti di essere fatti per altri destini, abbiamo  provato l’impossibile impresa di costruire il nostro, secondo la nostra natura. Entrambi avevamo sperimentato una nuova corporeità. Tentavamo le frontiere vietate agli uomini. Subivo, proprio come lui, sia il bullismo sia l’ammirazione sui banchi di scuola, ero contemporaneamente derisa e presa sul serio, corretta e corteggiata dagli psicologi e dalle maestre, corretta e corteggiata dal regime.

Ci trovammo entrambi fermi nella storia in un determinato momento, entrambi rossi dalla vergogna e dalla soddisfazione. Eravamo entrambi le ultime ruote del  carro di un sistema e di un mondo che non provavamo mai a cambiare, ma in cui cercavamo solo di trovare il nostro posto. Alexandar ed io non siamo identici, i vari episodi raccontati nel romanzo sono per la maggior parte un prodotto narrativo.

Diversamente da Alexandar, ad esempio, io ero il miglior studente della scuola, la secchiona odiata e invidiata. Ero la migliore per necessità: da transessuale (in quei tempi percepita come un tipo di eccentrica omosessualità), allora come oggi, devi essere la migliore se desideri che ti venga riconosciuta la mediocrità. Alexandar è, comunque, molto più fortunato di me. Sdoppiato o dimezzato, lui rimane comodamente impoltronato dentro il suo bel thriller comunista. Non ha conosciuto altro, al contrario di me. Per me il giallo è continuato, senza più i compagni di classe, sostituiti dai signori nazionalisti, poi signori borghesi e signori credenti. Alexandar è per sempre rimasto fermo sul punto del bel rivoluzionario nelle mani dei capitalisti, mentre io sono progredita, da traditrice del proletariato, sono passata a traditrice della nazione, per evolvere in amorale peccatrice. Da correggere una seconda, terza volta…

Si tratta di un racconto fatto di ricordi, molto preciso su determinati passaggi di storia della ex-Jugoslavia, in particolare sulla figura di Tito. Cosa rappresenta Tito, perché questo accanimento?

Nessun accanimento da parte mia su Tito, l’ingombrante maresciallo, vecchio e penoso. Io ce l’ho con quel Tito, sventurato padrone del mio destino. La nostra dose giornaliera di Tito non era da poco. Lui usciva da tutte le parti, in tutte le edizioni, ci seguiva in forma di partigiano, di maresciallo, di comandante, di presidente, di festaiolo… Il suo cupo profilo mi osservava nelle aule scolastiche, negli uffici, negli ospedali, nelle stazioni, nei bagni pubblici… Eravamo invasi da lui, intossicati. Non esiste il più minuzioso segmento della vita jugoslava che possa essere raccontato escludendo Tito. Poi Tito come personaggio in sé rappresenta per ogni scrittore una fonte inesauribile, modellabile, è un personaggio così grottesco, imprevedibile e bizzarro che non ci faceva annoiare, questo di certo. Il guardaroba non costituiva un problema, ne aveva di indumenti per travestirsi all’infinito. Si travestiva più di tutti i travestiti jugoslavi messi insieme… Si potrebbe avere pure simpatia per la sua teatralità. La politica mondiale lo teneva occupato, gli affari interni jugoslavi erano considerati sotto il livello del suo genio. L’onnipresente padre della patria era ritenuto da noi scolari un vero e proprio padre, un po’ più scicchettoso di quello che avevamo a casa, un padre che ugualmente ci premiava quando eravamo bravi, ci sgridava quando avevamo sbagliato, o ci faceva spedire ai gulag se maleducati.

La mia storia di Tito è la storia di ogni potere e della sua prepotenza. Non importa dietro quale segno il potere si nasconde e in nome di quale segno si esercita, se in nome delle stelle rosse, stelle e strisce, le croci, denaro, possesso… il padrone rimane il padrone e il mio disgusto nei suoi confronti è universale. Nel romanzo non derido un mezzo morto con cappelli colorati, vanitoso e goffo, ma i subalterni che si piegano davanti a lui. La totale adesione al potere mi turba, non la faraonica scenografia della festa di compleanno. In quella direzione è il mio accanimento. Dunque, ogni epoca e quasi tutti i paesi hanno avuto il loro Tito, lo hanno ancora e lo avranno probabilmente in futuro. Non credo che alcun sistema politico riuscirà a sopprimere i vari Tito che avranno nomi diversi.

Alla fine del libro è molto interessante il parallelo tra la “transizione” del protagonista e quella della Jugoslavia, che va disgregandosi per diventare qualcos’altro. Come deve intenderla il lettore?

La strada della transizione scelta dal protagonista e quella della Jugoslavia sostanzialmente risultano molto più simili di quello che può sembrare, a volte sono identiche nei metodi. La Jugoslavia, con il suo corso storico che tutti conosciamo, non può che essere vista come una vera e propria transgender. La Jugoslavia si è trovata ingarbugliata in una violenta crisi d’identità dopo la morte del suo padre-padrone finendo in un catastrofico cambio di genere. Da un genere (comunista e dunque transnazionale), la Jugoslavia transita verso quello opposto (ultra-nazionalista) cambiando forme e nome. Se questo non è esempio di transgenderismo! All’inizio del romanzo la Jugoslavia è ancora solo transgender in potenza. Aspettava, per decidersi  definitivamente, solo che se ne andasse un padre-padrone, come accade spesso con le trans. La più importante differenza tra le due transizioni in questione è che quella piccola non nuoceva a nessuno, mentre quella jugoslava si tradusse in una lunga scia di sangue. Il cambio di genere (politico, sociale…) jugoslavo ci costò caro (milioni tra morti e sfollati). Ci ha masticati vivi.

Qual è l’aspetto più doloroso e più difficile con cui riappacificarsi della sua storia?

Tutta quella “recita rossa”, la felicità addestrata, l’adesione totale e falsa… con tutto questo ci si può riappacificare facilmente, anche le utopie fasulle, pure quelle vengono digerite con il passare del tempo. Purtroppo però non vedo nessuno degli aspetti essenziali della mia storia con i quali sia possibile riappacificarsi. La negazione di un’infanzia è un trauma che si trascina per tutta la vita. Essere poco più di un bambino ed essere già considerati il traditore della patria da correggere brutalmente… Come perdonare la vigliaccheria dei subalterni che provarono con la forza a farmi svuotare da me stessa? La loro ottusa brutalità rendeva più nobile la mia causa, la causa di chi gli si opponeva, ma questo non basta per perdonare. Si può totalmente riappacificare solo quando si perdona e si può perdonare solo quando ci si scorda. “Perdono ma non dimentico” è quanto politicamente corretto, tanto illogico. Purtroppo, allora come oggi, viviamo in un fasullo mondo degli slogan senza significato, al servizio delle sbrigative politiche del momento.

Cosa l’ha spinta a raccontare questa storia in una lingua che non è la sua madrelingua, ma in italiano? Ha pensato di proporlo a un editore dell’area ex-Jugo, si sono fatti avanti degli editori per tradurlo?

Gli editori dall’area ex-Jugo dovrebbero per vocazione essere interessati al libro, visto che la storia direttamente riguarda quello spazio, per adesso non si sono fatti avanti, speriamo che qualcosa cambi dopo l’intervista. Questo è il mio terzo libro scritto in italiano. Scrivere narrativa in una lingua straniera è un fenomeno più unico che raro.

Per me l’italiano era una lingua straniera, cominciata con “io sono, tu sei, lui è…” studiata a tavolino, a volte nei migliori istituti, leggendo fino all’asfissia la più varia letteratura, assorbita in modo artificiale.
Durante la scrittura mi azzardo a creare nuove parole. Per me la qualità linguistica vuol dire anzitutto la sua autenticità. Sono ossessionata dalla scrittura in modo in cui gli altri autori sono ossessionati dalla storia da raccontare. Non essere madrelingua significa sentire la costante mancanza di non poter ricordare la pronuncia genitoriale. Per questo dico che i miei libri sono lavorati a mano, hanno bisogno di tanto tempo prima che vedano la luce. I figli di madrelingua si pettinano più facilmente e piangono di meno, ma il mio parto è più difficile… abbiano pietà di me. Non mi devono odiare per questa dichiarazione, ne apprezzino piuttosto la sincerità.

Il tema è molto sensibile e attuale, soprattutto in questo mese dedicato all’orgoglio LGBT. Persiste ancora un problema di omo-bi-transfobia? Che differenze ci sono con l’Italia?

Io ero una trans molto prima che la parola “trans” esistesse, e non solo nei Balcani, ma nella gran parte del mondo. Di conseguenza, porto come ricordo primario di quegli anni un grande senso di solitudine. Pensavo di essere l’unica al mondo, non sapendo neanche di essere trans! Oggi il fenomeno è sulla bocca di tutti, i media ne parlano compiaciuti del proprio progressismo. Questa quantità di informazione è l’unica differenza sostanziale rispetto al passato. Tutto il resto è uguale: nei Balcani, in Italia o altrove. Non vedo significativi miglioramenti. Una volta Leonardo Sciascia scrisse che quando Dio ti vuole fregare ti fa nascere in Sicilia. Io dico al grande scrittore che se Dio ti vuole fregare ti fa nascere nella Jugoslavia di fine secolo, e in più in un corpo che non senti tuo! Tutti pensano che da loro sia il peggio, e purtroppo hanno ragione!

Il problema dell’omo-bi-transfobia persiste, dunque. Anche in questa nostra realtà odierna e globalizzata, che grottescamente scimmiotta un’emancipazione, la popolazione LGBT continua a essere considerata il mondo “dei diversi”. Il peggio viene riservato alle persone transessuali. La complessità della loro esistenza viene costantemente ridotta e sommata alla sola componente dell’esperienza sessuale. Siamo viste come delle sessualità incarnate, spogliate da ogni altro contenuto. Questo riduzionismo comporta terrificanti conseguenze e travolge le esistenze di un’intera categoria. Parlare delle differenze fra i Balcani e l’Occidente vuol dire spiegare le sfumature, ma il sostanziale colore rimane il nero assoluto. La debolezza delle persone trans e dell’intera popolazione LGBT non è condizionata dalla loro esposizione mediatica, ma dipende dalla loro condizione legale. Le leggi giuste e la loro stretta applicazione, nient’altro. Lo stupro legale è ripugnante quanto qualsiasi altro.

Esiste un’adeguata rappresentazione del mondo LGBT della ex Jugoslavia e dei Balcani oggi, nei libri e nella cultura in generale?

Il mondo LGBT rappresenta adeguatamente i tempi in cui viviamo, ma non la sua essenza. Il tempo in cui viviamo è il tempo dell’incultura e di una trionfante volgarità, e così è anche la rappresentazione dei suoi vari fenomeni. Non poche presenze mediatiche dei “rappresentanti” del  mondo LGBT sono al servizio della politica del momento, nell’interesse di soddisfare il consumatore o di conquistare l’elettore. Il peggio viene riservato al mondo transgender, le cui rare apparizioni si sommano in un “oceano” di sensazionalismo e cattivo gusto. Il mondo LGBT è un mondo ricco e multiforme di singoli molto coraggiosi, il cui futuro talvolta è relegato a un carrierismo da dilettante, egocentrico e ghignante, che non vuole lottare ma essere.

La totale passività delle rubriche culturali raramente va oltre a suggerimenti scontati: senz’altro fra i titoli suggeriti ci sono dei libri di grande valore, grazie all’immenso impegno dei traduttori, ma di realtà LGBT lontane dai Balcani. Libri degli autori nostrani ci sono, validi e interessanti, anche se dominati da quella scrittura che sa di letteratura, di odore museale. La maggior parte della narrativa LGBT appartiene al genere autobiografico, tipico del tempo in cui viviamo, condizionato dalle frustranti smanie egoriferite degli autori, volti a stuzzicare l’interesse di un pubblico incolto, nei Balcani come altrove. Credo che oggi stiamo più sotto la dominazione del cattivo pubblico che dei cattivi libri.

Fonte: Veronica Tosetti, Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa, 24/06/2021